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DR. MARTENS PRESENTS: I FRATELLI ADELEKAN

Come un breve racconto scritto da due fratelli li sta aiutando a recuperare la loro narrazione

Seye e Olugbenga Adelekan sono due musicisti acclamati, conosciuti soprattutto come bassisti rispettivamente dei Gorillaz e dei Metronomy. Oltre che per la musica però, i fratelli hanno sempre avuto anche una passione per i racconti di fantascienza. Ora, hanno messo da parte i bassi e hanno impugnato le penne dando vita a un breve racconto e destinando tutti i proventi della sua vendita all’organizzazione benefica Black Minds Matter. 

“Obalende Sector” è un luogo collocato in un futuro alternativo, dove i Paesi africani non sono mai stati colonizzati dagli Europei. La storia è ambientata nel paese di Yorubaland, distrutto dalla guerra, in un campo solare che fornisce il 40% dell’energia mondiale e diventato oggetto di tensioni diplomatiche, raccontate attraverso gli occhi di una famiglia che vive lì.

Poiché la fantascienza è un ambito spesso povero di diversità, con il loro racconto i fratelli Adelekan hanno deciso di offrire un punto di vista più afro-centrico, affrontando il tema del retaggio coloniale e reclamando la loro narrazione. In collaborazione con Dr. Martens Presents, hanno invitato tre artisti a dare vita alla storia, Kieron Boothe, EXHIBIT69 e Rome Plusart, in rappresentanza dei creativi di colore.  

Puoi offrire il tuo contributo supportando i fratelli Adelekan acquistando una copia di “Obalende Sector”, nella versione fisica presente nei nostri negozi di Londra 'Camden, Carnaby St, Spitalfields e White City' o nella versione digitale qui sotto.

Che cosa vi ha spinto a scrivere questo breve racconto?

Gbenga: Entrambi siamo cresciuti leggendo fumetti e guardando film di fantascienza. Da bambini in Nigeria, eravamo consapevoli, anche prima di poterlo realizzare appieno, che la fantascienza era qualcosa che accadeva altrove agli Europei e agli Americani. Io scrivevo racconti già prima di iniziare a scrivere musica, in realtà. Penso di aver scritto il mio primo racconto quando avevo otto anni. E quasi subito ho iniziato ad ambientare le mie storie in Nigeria, perché trovavo molto strano che nei racconti non succedesse mai nulla in Africa.

Seye: Anche il Coronavirus ha avuto un ruolo. All’improvviso, entrambi abbiamo avuto un sacco di tempo libero.

Gbenga: Sì, credo che l’inattività forzata abbia fatto pensare entrambi fuori dagli schemi alle cose che avremmo potuto fare. Insieme avevamo scritto musica e suonato insieme, ma non avrei mai pensato di scrivere un racconto insieme. È così che è nato il tutto.

Cosa sperate che arrivi alle persone da questo progetto?

Gbenga: Anche se al giorno d’oggi c’è una vasta rappresentanza nera nella fantascienza e nella narrativa fantastica, è sempre vero che, in particolare per i giovani, leggere una storia ambientata in un contesto non europeo può essere qualcosa di potente. L’aspetto alternativo dell’ambientazione del nostro racconto è che Yorubaland non è una sorta di Wakanda. Non è piena di persone di colore che hanno poteri magici. A Wakanda sono tutti molto carini. La loro società è davvero coesa ed è, in generale, un luogo fantastico. Nella nostra storia, Yorubaland è tecnicamente avanzata, ma ha anche dei difetti, come qualsiasi altra grande potenza mondiale.

Sembra semplice da dire, ma la nostra storia ruota anche attorno all’idea che le persone di colore di origine africana, siano come qualunque altra persona. Non crediamo che, per il solo fatto di essere bianche europee, le persone siano malvagie o capaci di raggiungere livelli tecnologicamente più avanzati. Sono il prodotto delle forze contingenti della storia. Se queste forze avessero esercitato la stessa azione esercitata sull’Europa in Africa, oggi avremmo nazioni africane tecnologicamente avanzate, anche se allo stesso tempo corrotte e imperfette.

Seye: Esatto. Non stiamo dicendo che senza colonialismo oggi sarebbe tutto migliore e ogni persona nera dell’Africa passerebbe il proprio tempo a cantare canzoni tradizionali, indossando abiti tipici. Solo che le cose sono accadute in modo diverso. Le stesse cose però sarebbero accadute ugualmente.

Cosa influenza il vostro lavoro? Trovate ispirazione in luoghi inaspettati?

Seye: Il cibo. Mi piace cucinare, perché trovo che sia un’attività creativa come la musica e penso che una buona canzone, ad esempio, debba essere come un buon pasto. Quindi il giusto equilibrio tra salato, dolce, acido e grasso. Inoltre, a seconda del pasto o della cucina, una di queste caratteristiche potrebbe prevalere sulle altre. Allo stesso modo la canzone che stai producendo potrebbe essere molto più aggressiva in termini di suoni, testi o altro.

Gbenga: Alcune canzoni sono il pudding, alcune sono il piatto forte, altre l’antipasto.

Seye: Sì. E alcune canzoni fanno da sorbetto. Hai appena sentito qualcosa di folle, quindi ti rilassi. Beh… sì, il cibo mi ha aiutato a pensare a ciascuna canzone come a un’esperienza.

Che cosa significa esprimere se stessi, per te?

Gbenga: Non deve necessariamente essere una cosa creativa nel senso più classico, come disegnare, scrivere una canzone o qualcosa del genere. Penso che sia una sorta di libertà di essere fedeli a se stessi.

Seye: L’espressione personale può manifestarsi nel modo di abbracciare qualcuno o nella velocità con cui si cammina. Può essere davvero tutto. E penso che le mie maggiori ispirazioni, e quelle che preferisco, provengano da persone che sono se stesse al 100% in ogni occasione. Sul palco o in studio non sono diverse rispetto alla vita reale.
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Che consiglio dareste ai giovani che cercano di arrivare al vostro livello?

Seye: Sicuramente di non farlo solo per soldi. Ci sono modi più semplici di guadagnare. È qualcosa che devi essere disposto a fare gratuitamente, che tutti noi abbiamo fatto e a volte facciamo ancora.

Gbenga: Direi che si tratta di un equilibrio tra l’essere disposti a lavorare sodo e l’aver fiducia nel proprio valore.

Seye: Inoltre, ciò che probabilmente conta di più non è semplicemente essere tecnicamente bravi. Perché probabilmente la maggior parte, ad esempio, è altrettanto qualificata. Ma le persone vogliono stare intorno a te? Ricordi i nomi delle persone? Prepari tazze di tè alle persone?
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Che cosa rappresenta Dr. Martens per te?

Gbenga: Ricordo che di aver scoperto Dr. Martens perché la nostra sorella maggiore Ronke ne voleva un paio da mettere per andare a scuola. Erano abbastanza formali da poterli indossare a scuola, ma abbastanza alla moda da darti un po’ di mistero. Perché trasmettono un’aria un po’ rude. Questa dicotomia mi appartiene ed è entrata nel mio modo di pensare.

Seye: Beh… sì. Li ho sempre visti un po’ punk rock. Ed è come sapere che, ovunque andrò nel mondo, se vedo qualcuno con i DM, avremo qualcosa in comune, come una sorta di simbolo internazionale della ribellione. Sono molto legati alla cultura punk britannica, alla cultura 2 Tone skinhead 'del tipo buono!', e rappresenta un conflitto culturale che mi piace.
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